Lui & Lei
Lei, il controllo e il desiderio
IntesaRara
22.05.2026 |
15 |
0
"Una volta in appartamento iniziammo a chiacchierare,
mentre sistemavo ciò che le avevo portato..."
Non è iniziata con una frase perfetta.Non c’è stato quel momento in cui dici: “Ok, qui succede qualcosa”.
È iniziata in modo semplice.
Quasi normale.
Io ho scritto, mi sono presentato per quello che sono: un uomo diretto, curioso, con il desiderio di trovare qualcosa che non fosse solo superficie.
Lei non ha fatto complimenti.
Non ha mostrato entusiasmo.
Ha risposto con una domanda.
Secca.
Essenziale.
Come per dire: prima di tutto, capisco chi ho davanti.
All’inizio ho provato a entrare nel suo mondo.
Domande, curiosità, piccoli spunti.
Lei non si lasciava trascinare.
Ogni volta che provavo a costruire qualcosa di più leggero o immaginato…
lei riportava tutto alla realtà.
Diretta.
A volte anche spigolosa.
Non era facile starle dietro.
Ma proprio per questo non era banale.
Il primo attrito è arrivato quando ho provato ad andare un po’ oltre, ad entrare in qualcosa di più concreto…
ed è lì che c’è stato il primo scontro.
Lei ha risposto in modo duro.
Tagliente.
Non perché volesse ferire,
ma perché non voleva essere interpretata male.
In quel momento ho capito una cosa importante:
non è una donna che accetta facilmente l’invadenza.
Ha bisogno dei suoi spazi.
E li difende.
Il gioco delle distanze.
Da lì è iniziata una dinamica strana, ma interessante.
Io cercavo di avvicinarmi.
Lei lasciava fare… ma senza mai concedere troppo.
Non spariva.
Non chiudeva.
Ma nemmeno si apriva completamente.
Era un equilibrio sottile:
una risposta sì,
una no,
una battuta,
un silenzio.
Ogni cosa sembrava misurata.
La cosa curiosa è che il momento in cui si è avvicinata di più…
è stato quando ho smesso di forzare.
Quando la conversazione è diventata più naturale:
libri,
musica,
pensieri leggeri.
Lì è cambiata.
Più presente.
Più vera.
Senza dirlo apertamente, ha fatto capire che la conversazione le interessava.
E questo, con lei, valeva più di tante parole.
Il suo modo di essere.
Non parla molto di sé.
Preferisce osservare.
Capire.
Non ha bisogno di dire troppo,
perché comprende dai dettagli.
Nota cose piccole.
Coglie sfumature.
E spesso lascia intendere più di quello che dice.
Senza troppi giri.
Senza aspettative dichiarate.
Una cena.
Un posto scelto insieme.
La prima volta con la volpe non è iniziata con un brivido.
È iniziata con una scelta.
Una cena.
Crudo di pesce.
Un posto curato, luci basse, quel tipo di atmosfera che non impone niente… ma lascia spazio a tutto.
Arriva lei.
Tacchi.
Passo deciso, ma senza fretta.
Ci presentiamo con un sorriso appena accennato, niente di costruito.
Poi si sfila il piumino.
Ed è lì che cambia qualcosa.
Non era scoperta… ma lo lasciava immaginare.
Una gonna che scendeva morbida sulle gambe, con uno spacco che ogni tanto lasciava intravedere la coscia, senza mai concederla davvero.
Una camicetta semplice, ma portata nel modo giusto.
E quegli occhi…
attenti.
Presenti.
Ma mai completamente leggibili.
Era lì, ma non si lasciava prendere.
Le lascio spazio.
Parla lei.
Io entro poco, qualche battuta, il giusto per non rompere quell’equilibrio sottile che si stava creando.
La cena scorre.
I discorsi diventano interessanti, mai banali.
Lei sempre controllata… anche nei gesti più piccoli.
Attenta a quanto beve, a cosa dice, a come lo dice.
Io no.
Io ero tranquillo.
Libero.
E forse è stato proprio quello a spostare qualcosa.
A un certo punto la serata cambia ritmo.
Mi propone di andare a ballare.
Accetto… ma prima passiamo dalla mia camera.
Una bottiglia di rosso da aprire, giusto per allungare il tempo.
È lì che il gioco diventa più personale.
I discorsi si abbassano.
Meno parole, più pause.
Più sguardi.
E, senza pensarci troppo… la abbraccio.
Niente di forzato.
Un gesto semplice.
Ma lei… lo accoglie completamente.
Non un abbraccio di quelli educati.
No.
Un abbandono vero.
Corpo morbido, respiro che cambia appena.
Come se, per un attimo, avesse smesso di controllare.
E in quel momento capisco.
Capisco che quella distanza che aveva tenuto tutta la sera…
non era mancanza.
Era difesa.
Quando ci stacchiamo, qualcosa in lei cambia di colpo.
Fa un passo indietro.
Lo sguardo torna lucido, preciso.
E, senza esitazione, dice:
“Tra noi solo amicizia.”
Prende le sue cose.
Si muove veloce.
Troppo veloce per essere davvero calma.
E se ne va.
Senza voltarsi.
La cosa più interessante è che non è finita lì.
Non è sparita.
Non ha preso distanza.
Ha continuato a esserci.
Ha detto chiaramente che le fa piacere stare insieme,
ma senza pressioni, senza aspettative.
E in questo c’è tutta la sua natura:
stare, ma senza sentirsi obbligata.
Esserci, ma solo se lo vuole davvero.
Senza altri giri di parole, decidiamo insieme un nuovo ristorante dove andare a cena.
Il ristorante si trova nella parte vecchia della città, in un borgo raccolto, quasi sospeso nel tempo, tra mura antiche e silenzi pieni di storia.
Un piccolo castello che accoglie senza farsi notare: luci calde, pietra viva, un’atmosfera intima che non ha bisogno di essere spiegata.
Dal punto d’incontro si doveva poi proseguire a piedi…
Lei arriva.
Le vado incontro, ci salutiamo.
Sguardi fugaci… ma già pieni.
Camminavamo vicini, quasi a sfiorarci.
I suoi tacchi risuonavano tra le vie strette, creando un ritmo preciso… elegante, sicuro.
E poche parole tra di noi.
Non perché mancasse qualcosa…
ma perché non serviva.
All’ingresso ci attendevano.
Ero passato pochi minuti prima per scusarmi del ritardo.
Entriamo.
Il locale è piccolo, raccolto.
Di quelli dove ogni tavolo ha il suo spazio, ma tutto resta vicino.
Caldo.
Accogliente.
Quasi protetto dal resto del mondo.
Lei si toglie il cappotto.
E anche questa volta… cambia qualcosa.
Aveva scelto pantaloni e un maglioncino, linee semplici, pulite…
ma portate nel modo giusto.
Nulla di eccessivo, nulla di forzato.
E proprio per questo… difficile da ignorare.
Lasciava intravedere il seno, piccolo, proporzionato…
più suggerito che mostrato.
Ma erano i dettagli a fare la differenza.
Gli orecchini.
Due rose nere.
Classiche, ma con un carattere preciso.
Come lei.
Eleganti… ma non delicate.
Belle… ma non facili.
La osservo mentre si sistema i capelli.
Un gesto lento, naturale…
ma studiato quel tanto che basta da lasciare il segno.
I suoi occhi ogni tanto mi cercano.
Poi si spostano.
Poi tornano.
Non tengono lo sguardo troppo a lungo…
ma abbastanza da far capire che c’è.
E in quei silenzi… parlava.
Molto più di quanto dicesse a voce.
La serata scorre piacevole.
Si entra più nel confidenziale.
Giochi di sguardi…
pause che non pesano…
momenti in cui entrambi restiamo fermi, senza dire nulla,
ma presenti.
Lei era esigente.
Non nelle richieste…
ma nel modo in cui ascoltava.
Attenta.
Selettiva.
Ogni tanto accennava un sorriso…
di quelli che non concede a tutti.
E io la seguivo.
Non guidavo.
Non forzavo.
La seguivo.
Cercando di leggere quello che non diceva.
Perché con lei…
quello che conta davvero non passa dalle parole.
Passa dagli occhi.
Dai tempi.
Da quei piccoli segnali che, se non li cogli…
ti perdi tutto.
Fuori faceva freddo.
Un vento leggero entrava tra le vie del borgo.
Dentro invece…
era tutto più caldo.
Non solo per l’ambiente,
ma per quello che lentamente…
stava prendendo forma tra noi.
A dire il vero, una bottiglia di vino rosso è partita…
ma eravamo abbastanza lucidi.
Non era l’alcol a guidare la serata.
Era altro.
Avevo dei dolci in frigo che avevo preso per lei…
un dettaglio semplice, ma pensato.
E, quando fu ora di andare via,
durante il tragitto a piedi verso le auto,
il freddo della sera ci avvolgeva…
ma tra noi era diverso.
Ci lasciammo prendere da qualche abbraccio.
Non lunghi.
Non dichiarati.
Ma veri.
Di quelli che arrivano senza essere chiesti.
Lei si avvicinava…
poi si fermava.
Sempre su quel filo sottile.
Poi, senza dirlo davvero,
andammo al mio appartamento.
Le chiesi se volesse restare in auto o salire…
ma lei era già lì che scendeva.
E in quel gesto c’era già una risposta.
Una scelta.
Una volta in appartamento iniziammo a chiacchierare,
mentre sistemavo ciò che le avevo portato.
L’ambiente era semplice.
Caldo.
Silenzioso.
Fuori il vento…
dentro qualcosa che si stava muovendo piano.
E, spontaneamente, le chiesi:
“Vai via subito o ti trattieni ancora un po’?”
E lei, decisa, disse:
“No. Mi fermo ancora un po’.”
Nessuna esitazione.
Nessun gioco.
Solo una risposta chiara.
La notte scorreva tranquilla.
Sguardi.
Sorrisi.
Pause.
Di quelle che con lei non sono vuoti…
ma pieni.
Fino a che arrivammo ad avvicinarci.
Senza accorgercene davvero.
L’aria era calda…
e, da un momento all’altro, ci sarebbe stato un bacio.
Lei si avvicina.
Non di colpo.
Piano.
Sfiora le guance contro le mie labbra…
come una gatta che fa le fusa.
Un gesto dolce…
ma carico di qualcosa che non stava più controllando del tutto.
La guardo.
E questa volta non lascio che sia solo lei a guidare.
Le dico:
“Voglio baciare le tue labbra.”
Diretto.
Senza nascondermi.
Lei mi guarda.
I suoi occhi diventano più grandi…
come se, in quel momento, si rendesse conto di quello che sta succedendo davvero.
Ritira le labbra in bocca.
Un attimo di difesa.
Ma è troppo tardi.
Sta già perdendo quel controllo che tiene così stretto.
Un abbraccio.
Poi un altro.
Lei si lascia andare.
In un bacio rubato, pieno di desiderio.
Non costruito.
Non trattenuto.
Il suo cuore batte forte…
così forte che lo sento contro di me.
E in quel momento non c’è più distanza.
Non c’è più misura.
Ancora non ci stacchiamo.
Ma non ero io a stringere lei a me.
Era lei che si premeva contro di me.
Come se, per un attimo…
avesse deciso di restare.
Poi…
ci stacchiamo.
Qualche abbraccio.
Il respiro cambia.
E torna lei.
La parte che controlla.
Si divincola.
Fa un passo indietro.
E dice:
“No. Non sento quello che senti tu.”
Le parole escono…
ma non combaciano con quello che c’era un attimo prima.
Prende le sue cose…
e scappa via.
Veloce.
Come sempre.
Senza lasciare spazio a qualcosa che potrebbe fermarla.
La verità?
La volpe non è quella che non prova niente.
È quella che…
quando inizia a sentire davvero qualcosa,
scappa per prima.
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